(ITA) Diario di viaggio in Ecuador

13 Nov 2016

Ecuador, il secondo paese più piccolo del Sud America ma quello con la più grande bio diversità. Scegliamo questa meta in maniera quasi casuale. Dopo la spiritualità di molti viaggi in Asia, avevamo voglia di tornare in quel playground che e' l'America Latina. L'Ecuador era completamente sconosciuto, escludiamo Argentina, Bolivia e Cile perché e' inverno mentre in Centro America e' stagione di piogge. Ci rimangono Colombia, Peru e l'Ecuador appunto. Nei primi due qualcuno di noi e' gia stato per cui vengono eliminati. Rimane questo paese che pensavo sempre come il fratello minore e più povero dei suoi vicini. A parte Quito, non sappiamo praticamente nulla, ma basta aprire in libreria la prima pagina della Lonely Planet per rimanere sorpresi dalla quantità e varietà di cose che si possono vedere o provare in questo paese che racchiude, in distanze abbordabili, Ande, Amazonia, Galapagos, architettura coloniale, montagne splendide e un clima caldo e costante grazie alla sua posizione sull'Equatore. E' deciso, Agosto 2016 sara' Ecuador.

Ecuador: il video completo, per vedere rappresentato quanto sotto con immagini e musica

 

 

ARRIVO A QUITO


Arriviamo a Quito dove contiamo di raggrupparci con gli altri compagni di questo viaggio. Giungiamo con tre voli diversi. Nel primo siamo io, Vale e la coppia felice Piras e Alessandra. Ale sta diventando una veterana dei nostri viaggi. Dopo Mongolia e Norvegia, questo e’ il suo terzo. Come in Mongolia, Ale parte per il viaggio con un non meglio precisato malessere (tendenzialmente di natura intestinale) che la porta a sfamarsi solo di pane e acqua nei primi giorni della vacanza. Piras e’ al secondo viaggio con noi dopo l’esperienza coi cani da slitta in Norvegia. Nella solitudine della tundra norvegese avevamo solo intuito il suo la sua capacita' di parlare di qualsiasi argomento con qualunque persona in italiano o spagnolo per ore. Ce ne accorgiamo subito nel taxi dall’aeroporto all’albergo dove Piras tedia il tassista per tutto il tragitto estorcendogli informazioni sulla famiglia, sul lavoro, sulla situazione generale in Ecuador. Preso dallo sfinimento il tassista si rifiuta persino di farci pagare più del dovuto come avrebbe tranquillamente potuto fare con dei turisti appena arrivati. Giungiamo cosi in albergo alle 2 del mattino. Pronti per andare a letto. Il giorno successivo attendiamo il Frac. E’ un grande ritorno. Il Frac, compagno di avventure sin dal 2007, manca dai nostri viaggi ormai da tre anni, dalla spedizione in Uganda. Questa volta viene accompagnato da sue due amiche boliviane, Carla e Claudia (sorelle), che ha conosciuto nel suo viaggio in Sud America del 2009. Chiaramente quando abbiamo prenotato i voli per il Sud Amrica il Frac ha pensato che la Bolivia era dietro l’angolo e perché non vedersi? Carla e Claudia stanno con noi solo nella prima parte del viaggio, a Quito e Otavalo.

 

Quito e’ una valanga bianca di case all’interno di una immensa valle andina. Sembra una grande macchia di latte che cola dalle pendici dei monti. Risiediamo nel centro storico: una serie di edifici spagnoli di epoca coloniale restaurati e mantenuti. Il centro e’ bello, pulito, lindo come dicono qui. I monasteri hanno splendidi chiostri interni. Nella Plaza Central, dove c’e’ il palazzo del governo, vi e’ un sacco di gente. E’ in corso una manifestazione con polizia schierata in formazione antisommossa anche se più che una manifestazione sembra una sagra di paese. Ci sediamo sulle panchine e Piras attacca bottone con un anziano del posto. E’ emigrato in Canada negli anni settanta e parla un po’ di italiano perché lavorava per dei calabresi (non chiediamo in che business esattamente). Adesso e’ pensionato e d’estate torna in Ecuador per qualche settimana. Ci consiglia dove andare a mangiare. E' ora di pranzo e seguiamo il suo consiglio. Pasto completo (zuppa, primo e frutta) per $2,5 a testa.

Vista di Quito dalla cattedrale

 

Passiamo il pomeriggio tra centro storico, scalata alle guglie della cattedrale (costruita a inizio secolo scorso in cemento armato) e teleferica fino su a oltre 3,000 metri per ammirare Quito dall’alto mentre dei nuvoloni neri si stanno addensando sopra la città. La sera vagabondiamo nel centro storico alla ricerca di un posto dove mangiare, ma quelli indicati dalla guida sono

chiusi o sono delle trappole per turisti. La vera movida non si trova nel centro storico, ma nel Marsical, un quartiere moderno a circa 20 minuti di taxi detto anche Gringolandia. Finiamo in una trappola per turisti in cui non so come finisco per ordinare una enorme pastella fritta (circa mezzo metro quadrato di superficie senza esagerare) simile, se non identica, alle nostre chiacchiere di carnevale (o crostoli, come si dice dalle mie parti nel Nord Est). Pensavo di ordinare una cosa salata, invece era ricoperta di zucchero. Zuccheri che mi permettono per qualche minuto di combattere con il sonno, ma il fuso orario e’ troppo forte e alle dieci di sera crolliamo in branda.

 

Giudizio su Quito? Impossibile dire avendoci passato solo un giorno. Avevamo pianificato di rimanerci il meno possibile perché stare in città con più di mezzo milione di abitanti non e' nel nostro DNA di viaggio. Da un lato il centro storico sembra godibile ma e' chiaro che e' turistico e non si può giudicare la città da questo. Quito sembra un pero' intrigante e mi lascia quasi una voglia di venire a provare come e' viverci. 

 

Durante la notte arriva Serena, l’ultima compagna di viaggio. Anche lei una veterana, avendo nel suo curriculum Colombia (2012), Uganda (2014) e Mongolia (2015). La caratteristica di Serena e’ che she speaks the truth, ossia non e’ mai preoccupata di dire quello che pensa.

 

 

OTAVALO

 

La mattina successiva lasciamo Quito. Ci viene a prendere Luis che senza neanche presentarsi inizia a canzonare Frac per via del suo nome di battesimo: lo chiama Lucio Cartuccio. Cartuccio e' un fiore e cosi veniva preso in giro Luis da piccolo.


Usciamo da Quito e ci dirigiamo verso nord. Dopo alcuni chilometri stiamo attraversando la linea dell'equatore. Il sito e' marcato da un grande calendario solare gestito da una organizzazione scientifica. Un individuo locale, dopo aver incassato $2 per l’ingresso, ci spiega i principi della rotazione terrestre e come sarebbe più semplice capirla se rappresentassimo il mondo non lungo l'asse est / ovest anziché nord / sud. Per farci capite ci mostra una mappa (stampata e patinata) rovesciata di 90 gradi con il nord a sinistra e ci racconta che l'etimo della parola nord in qualche lingua antica significa proprio sinistra. Ci spiega che il biglietto d'entrata verra' devoluto alla fondazione che perora la causa delle mappe rovesciate. Non mi sembrano soldi proprio ben spesi a prima vista.

 

Continuiamo e Luis ci porta in una sorta di fattoria dove vengono coltivate varie piante terapeutiche. Delle piante in realtà c’e’ poco da ricordare a parte quella dell'Aloe. Aprendola ne esce una sorta di gel da cui ne derivano tutti quei prodotti miracolosi che troviamo al supermercato o in erboristeria. Ci viene offerto di partecipare ad una cerimonia dove una sciamana purificherà alcuni di noi a turno. Si fanno volontari Claudia, Piras e Alessandra. La cerimonia vede la sciamana armeggiare con incenso e dei rami di piante. Recitando preghiere, questa agita le piante addosso ai tre malcapitati. Alessandra e’ più fortunata perché ha pantaloni e maniche lunghe. Claudia e Piras invece no e dopo la cerimonia, oltre ad essersi purificati interiormente, sono anche ricoperti di bolle sulle braccia e sulle gambe … le piante erano ortiche.

 

Raggiungiamo la laguna di Cuicocha. Un lago all’interno di un cratere vulcanico. I colori e i paesaggi sono bellissimi. Il lago e’ di un colore celeste intenso, i monti sono verdi mentre le vallate circostanti spaziano tra il giallo e il verde. Camminiamo lungo il bordo del vulcano per circa un’oretta. In salita avvertiamo il fatto che ci troviamo a circa 3.000 metri e il respiro e’ più affannoso del solito. La scarsità di ossigeno rende la faccia di Piras rossa come un peperone. Capiremo solo alla fine di questo viaggio che Piras soffriva più degli altri l’altitudine.

 

Nel tardo pomeriggio arriviamo ad Otavalo. Un rapido giro al tramonto ci permette di girare le principali piazze e rilassarci con una buona birra. Le piazze in Ecuador hanno tutte una struttura simile: chiesa su un lato, strade che corrono lungo i quattro angoli del perimetro e centro della piazza occupato da classici giardinetti con  panchine, aiuole e alberi. Appena il sole scende le temperature si abbassano notevolmente. Dopo cena proviamo un giro per le principali strade ma la città sembra assolutamente morta e non troviamo nessun bar aperto. Sempre in preda alla sonnolenza da fuso orario andiamo a dormire alle nove e mezza ad eccezione del Frac, Piras, Carla e Claudia … mmmhhh.

Mercato degli animali di Otavalo

 

Il giorno dopo ci alziamo di buona lena per andare a visitare il mercato del bestiame. Otavalo e’ famosa per ospitare ogni sabato uno dei mercati più grandi di tutto il Sud America e la parte degli animali e’ di gran lunga la più caratteristica e interessante. In un ampio spazio polveroso decine di animali sono oggetto di contrattazioni. Sono divisi in varie sezioni in base alla taglia degli animali; grandi (mucche e vitelli), medi (maiali, pecore e capre) e piccoli (anatre, galline, pulcini, porcellini d’India). La luce del mattino, i colori dei vestiti delle genti andine, gli odori degli animali fanno di questo mercato uno dei più caratteristici che abbiamo mai visto. A vedere gli animali legati, trattati come bestie e soffrire legati in mezzo a centinaia di umani, per la prima volta in vita forse capisco i sentimenti dei vegetariani. 

 

Nel pomeriggio, dopo una visita di un paesino abbastanza inutile di cui non ricordo il nome, raggiungiamo il paese di Santa Barbara dove veniamo divisi a gruppi di due in 4 famiglie diverse. Il paese e’ prettamente contadino e non e’ tanto un paese quanto una comunità agricola. Le case sono sparse tra i campi ai piedi del vulcano Imbabura. Io e Vale siamo ospiti di Laura e delle sue tre figlie di 8, 12 e 16 anni. La nostra camera e’ accogliente. Passiamo il resto della giornata accompagnando le figlie più piccole a raccogliere delle bacche in uno dei campi vicino, sbucciare le fave e aiutare alla preparazione della cena. Laura e’ casalinga mentre il marito lavora a Quito come muratore e torna solo il weekend. Le ragazze vanno a scuola. Al piano di sopra abitano la sorella di Laura col marito e il figlio più piccolo, Katari. Abbiamo ovviamente qualche difficolta’ a interloquire data la scarsa dimestichezza con lo spagnolo.

 

Laura e il marito sono persone relativamente semplici. Rimangono sorpresi che in Europa a quest’ora e’ notte (non che non sappiano che il mondo sia tondo, ma probabilmente il concetto di jet-leg non e’ molto utilizzato) e Laura rimane assolutamente affascinata nel guardare i video che abbiamo fatto alla cerimonia di purificazione della sciamana il giorno prima. Le figlie e lo zio invece sono più aggiornati su cosa succede nel mondo, hanno uno smartphone e utilizzano internet. La principale preoccupazione della famiglia sono nell’ordine (a) la disoccupazione dello zio, che ha studiato turismo all’università ma che ora campa di lavoretti saltuari, (b) l’accesso all’università delle figlie, reso più difficile recentemente dal governo e (c) una situazione di stagnazione dell’industria edile a Quito che ha portato il marito ad avere periodi di poco lavoro. Nel compenso, l’ospitare turisti come noi e’ una fonte di reddito importante nonché fonte di prestigio nella comunità. Apparentemente, quando la comunità ha iniziato ad ospitare turisti, le famiglie sono state estratte a sorte in un assemblea. 

 

La famiglia che ospita Serena e Ale e’ simile alla nostra con il marito che anche lui lavora a Quito come muratore anche se hanno una fonte di reddito derivante da un piccolo negozietto di alimentari in un angolo della casa. La famiglia che ospita Carla e Frac e’ invece più abbiente, hanno il wi-fi, laptop Mac e le figlie studiano all’università a Quito. Anche quella che ospita Piras e Claudia sembra abbastanza abbiente. Ognuno di noi ha la propria esperienza personale con le rispettive famiglie. Il Frac passa anche alcune ore con i ragazzi locali a giocare a Ecua-volley, una versione locale della pallavolo che si gioca tre contro tre, con una rete molto più alta (quindi no schiacciate) e un pallone di cuoio da calcio. Siccome si gioca a soldi, prima di ammetterlo, fanno un provino a Lucio per verificare le sue capacita’ sportive. Dopo una partita tiratissima, Lucio ci rimette $5 che probabilmente saranno stati spartiti dagli altri 5 giocatori in ugual misura.

 

Scrive Ale circa la sua esperienza con le famiglie:

Vivere presso le famiglie della comunità locale e’ significato affacciarsi da una finestra aperta sulla campagna ecuadoregna e su quella meta’ del mondo che sembra essersi fermata a 80 anni fa ma che proprio per questo conserva tutto il fascino, la semplicità, la sincerità e la dignità di sapori, tempi e modi di vita antichi. Una realtà per noi ormai distante due generazioni che ha portato con se un sentimento di genuino stupore, doveroso rispetto e generale buon umore.

 

Dopo due giorni con le famiglie e’ tempo di salutare Carla e Claudia che partono verso l’aeroporto per rientrare in Bolivia. Cogliamo uno sguardo d’intenti. Sospettiamo che possa essere scattato qualcosa. Sospetto che Piras ci mette due secondi a confermare con orgoglio dopo che Claudia e’ partita. Lazzarone o millantatore?

 

 

RIENTRO A QUITO

 

Rientriamo a Quito la mattina. In macchina passiamo davanti alla Plaza Central addobbata a festa con soldati in uniforme. E la cerimonia del cambio della guardia che si svolge ogni lunedi e in quel momento il presidente sta tenendo il tradizionale discorso settimanale. Di fretta fermiamo Luis, lo facciamo accostare, lo salutiamo e con tutti gli zaini in spalla corriamo in piazza per assistere a quello che rimane della cerimonia con la banda che suona e i gendarmi che marciano. Sui tetti si possono vedere appostati vari militari intenti a scrutare la piazza. Uno in particolare ad un certo punto sembra puntare il presidente col suo mirino ottico e per un attimo penso alla possibilità di un attentato. D'altronde, dopo quello in Turchia, questa e' l'estate dei golpe lampo e chissà se uno può tornare utile anche al presidente Ecuadoriano per risolvere qualche bega interna.  

 

Il presidente dell'Ecuador

Rafael Correa

 

Rafael Correa e’ presidente dell’Ecuador dal 2007. Nei suoi primi anni ha cancellato parte del debito verso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario i cui interessi distraevano circa il 40% delle entrate dello stato. Aiutato anche dall’export del petrolio estratto in Amazonia, l’Ecuador ha ridotto significativamente i livelli di povertà e disoccupazione, almeno secondo le statistiche ufficiali. Quello che vediamo infatti e’ un paese senza mendicanti e con la gente che sembra condurre un’esistenza dignitosa. Parlando con le nostre famiglie a Santa Barbara ci spiegano che in questo momento molti peruviani e colombiani emigrano in Ecuador, nella prospettiva di trovare un lavoro remunerato in dollari. La moneta forte rispetto agli altri paesi andini sta pero’ indebolendo la competitività delle esportazioni e segni di contrazione e crescita stagnante sono percepiti dalle persone con cui abbiamo avuto modo di parlare.

 

Passiamo la giornata a rivedere il centro storico a beneficio di Serena che non l'ha ancora visto. Pranziamo nel mercado central a base di pesce fritto e succhi tropicali. Nel pomeriggio ci dirigiamo nel Mariscal, il quartiere moderno dove, attorno a Plaza Foch, si trova la movida quitena grazie a all'elevata densità di bar, ristoranti, locali, discoteche e ostelli. Il quartiere e' anche chiamato Gringolandia perché qui vengono a divertirsi i turisti e gli expat occidentali. Stando a quanto si legge in vari forum di viaggio, si rischia costantemente di essere derubati dai locals durante la notte. Partecipiamo con alcune birre alla serata prima di dirigerci nel luogo dove, alle undici, parte il nostro autobus per l'Amazzonia. Il posto si trova in una strada secondaria non molto trafficata. Mentre cerchiamo qualche inesistente segno che indichi la fermata del bus veniamo abbordati da due individui improbabili: il primo e' pieno di tic nervosi e si spaccia per il vigilante notturno dell'unico fast food che si trova in strada mentre il secondo ha le sembianze europee e sembra o mezzo matto o totalmente imbriago. La cosa sicura e' che in bocca gli e' rimasto solo un dente. Il vigilante e' agitatissimo, ci prega di sederci sulle scale del fast food e ci fornisce dei cartoni onde evitare di raffreddarci il sedere. 

 

Siamo tutti sull'attenti. Faccio segno al Frac di tagliare la discussione ma mi fa segno di no come per dire che questo non molla. Diffidenti ci sediamo sulle scale in modo da poterci controllare le schiene e gli zaini a vicenda: l'unica cosa che da fiducia e' che le scale del fast food sono illuminate anche se questo e' ormai semivuoto. Se volesse derubarci avrebbe potuto farci sedere in qualche altro posto più nascosto ma si sa, la fantasia e il genio umano per sottrarre averi ai propri simili sono senza limiti. Mentre il Frac si sorbisce il vigilantes io vengo puntato dall'europeo che in un inglese arrugginito mi spiega di essere olandese e mi racconta una sintesi della sua vita. Era un ingegnere e lavorava per i caschi blu dell'ONU; era un militare, non un civile. E' stato in Bosnia negli anni novanta ed era a Srebrenica quando avvenne il massacro. Ci racconta che sapevano quello che stava accadendo ma che il suo contingente aveva ordine di non uscire dal campo base e che avevano ordine di rifiutare i musulmani che cercavano di scappare. Nei giorni successivi, in alcune missioni fuori dal campo vide cose che nessuno dovrebbe mai vedere: a causa del suo forte accento olandese capisco solo di uomini appesi con i chiodi alle porte delle case. E forse e' meglio non sentire tutti i dettagli che racconta. Jens (questo intanto risulta essere il nome dell'olandese) da allora continua ad avere incubi ogni notte per il senso di colpa di aver assistito a un massacro senza poter intervenire. "E sebbene noi avevamo solo fanteria leggera, gli inglesi, che erano a qualche decina di chilometri, avevano 32 carri armati leopard. Più dei serbi". Negli anni ha partecipato ad altre missioni tra cui il Kosovo ed e' stato esposto ad agenti chimici che l'hanno fatto ammalare e i trattamenti per curarlo gli hanno causato una serie di danni collaterali tra cui la perdita dei denti. Adesso vive della pensione internazionale dell'ONU. Gli chiedo come e' finito a Quito. Mi racconta una storia in cui era a Quito per turismo e che una notte fu aggredito e derubato di tutto (passaporto, carte, biglietto aereo) proprio la notte prima di tornare in Europa. Da allora non e' più perché potuto rientrare perché non e' riuscito a rifare i documenti e comprare un nuovo biglietto aereo non potendo accedere al conto in banca. In una prima versione mi spiega che questo e' successo due mesi prima mentre in una seconda, un anno e mezzo fa. E' chiaro che la storia non regge di se e per se ma un fondo di verità deve esserci. Ricordo ad esempio di aver letto del contingente olandese a Srebrenica. Mi convinco che forse l'uomo che ho davanti non e' un malintenzionato ma solo un povero disgraziato vittima della vita o della storia. Non mi chiede soldi come mi aspettavo e quando arrivano altri due turisti come noi, per pura coincidenza olandesi, Jens riparte a raccontare la storia della sua vita ai due malcapitati nella loro lingua ... Serbrenica ... Kosovo ... Passport. 

 

Il Frac nel frattempo e' ormai diventato amico di Juan, il vigilante pieno di tic nervosi. Alla fine risulta essere davvero un vigilante e nonostante sia effettivamente fuori come un balcone, fa il suo lavoro con incredibile dedizione. Corre in lungo e in largo andando incontro a qualsiasi persona cammini o stazioni nel raggio di 100 metri dal fast food. Quando vede poi certi individui locali li punta come un cane da riporto. Ad un certo punto ferma un taxi e a forza ci spinge dentro quello che sembra essere un tossico che bighellonava nella zona. Poi segue due ecuadoregni a un metro di distanza fino a quando non si allontanano. Racconta al Frac che il tossico lo conosce bene ed e' uno che fa il palo mentre i due sono due borseggiatori che vengono qui per sottrarre alla prima occasione qualche zaino ai turisti in attesa del bus. Juan mostra al Frac come all'interno della giacca si sia costruito una specie di pulsantiera collegata al cellulare in modo da poter chiamare polizia e ambulanza in caso di evenienza senza essere visto. Lavora dalle 10 di sera alle 5 di mattina salvo poi spararsi un'ora e mezza di autobus per ritornare a casa, nella periferia di Quito. Il Frac e' ammirato dalla dedizione di Juan che, per quanto chiaramente con qualche rotella fuori posto, sembra fare il suo lavoro con passione e orgoglio fuori dal comune. All fine arriva il bus e carichiamo i bagagli. Frac da due dollari a Juan per il servizio protezione.

 

Il bus parte. Dal finestrino vedo svanire nella notte Jens e Juan. A prima vista erano sembrati dei malintenzionati. Un ora dopo li lasciamo con comprensione. E' sempre rischioso giudicare a prima vista.

 

 

L'ORIENTE

 

Scivoliamo con la piroga sul Rio Cuyabeno. Siamo arrivati in Amazonia dopo 7 ore di bus partito da Quito la sera prima. Il primo impatto con Lago Agrio, la capitale della regione, e' pessimo. Case con tetti di lamiera e muri anneriti dall'umidità, grossi camion, magazzini improvvisati e una generale incuria sembrano confermare quanto si legge sulla guida circa la colonizzazione della regione alla ricerca del petrolio. Noi pero saltiamo Lago Agrio per dirigerci nella riserva naturale del Rio Cuyabeno dove si trova il nostro lodge. Accessibile solo in piroga dopo quasi tre ore di navigazione. Il lodge e mimetizzato nella vegetazione e si compone di una serie di palafitte piuttosto lussuose: acqua calda continua e doppie zanzariere valgono più' di un centro benessere e una sala fitness in questa parte del mondo. L'esplorazione della giungla avviene con Neisar, la nostra guida: un uomo a cui anni di esperienza nella giungla hanno permesso di sviluppare poteri quasi sovrumani: Neisar e' in grado di individuare a occhio nudo un colibrì a 1km di distanza, un caimano a 1 metro di profondita' e una tarantola (ndr: ragno peloso nero) nel buio della notte. Neisar non e' un nativo. Viene dalla sierra, dalle montagne. I suoi si trasferirono a Lago Agrio quando era un bambino e lui e' cresciuto come guida turistica. Con noi porta con se i suoi due figli: Junior di 16 anni e Rajan di 4. Gli insegna come riconoscere gli animali della foresta e spera cosi che imparino il mestiere di guida. Junior in confidenza ci dice che in realtà vorrebbe fare altro nella vita: andare a studiare a Quito, aprire un canale su YouTube. Ale regala al bambino una macchinina presa da un ovetto kinder ma Rajan rifiuta e torna a giocare con lo smartphone di papa'.

 

Camminare nella giungla e' come camminare nel buio. Non esistono punti di riferimento: ogni angolo, ogni visuale e' fondamentalmente uguale. Non esistono punti di riferimento e il nostro occhio cattura sempre la stessa immagine fatta di arbusti, felci, foglie di palma, liane in una composizione che e' sempre differente ma di fatto identica. 

 

Neisar spiega che la fascia equatoriale e' quella in cui gli esseri viventi competono di più per poterci sopravvivere. Questa fortissima competizione si manifesta in una miriade di forme di vita e nelle tecniche di sopravvivenza più fantasiose e ingegnose. Questo spiega perché qui vi sia la maggior bio diversità. Ad altre latitudini, dove le risorse sono più scarse, la competizione e' minore e le condizioni di vita più difficili riducono la diversità delle specie viventi. Se la terra dovesse diventare meno ospitale, la vita tenderebbe a concentrarsi sull'equatore da cui eventualmente poi ri-espandersi, una volta migliorata dall'evoluzione, nelle aree più a nord e sud. 

 

Nelle foreste europee gli alberi e la vegetazione in generale danno un'impressione di calma, armonia e longevità. Gli alberi sono associati con l'idea di saggezza. Qui in Amazonia no, l'impressione e' che le più disparate forme di vegetazione siano impegnate in una spietata competizione per raggiungere la luce solare che significa sopravvivenza. Alberi che tentano di alzarsi più degli altri, altri che si alleano e danno ospitalità a delle formiche per rendere tossica alle altre piante l'area immediatamente circostante. Non esiste pieta' in questa lotta: tronchi di alberi ormai cadaveri si vedono ovunque. In particolare i fiumi sono pieno di alberi che hanno tentato di guadagnarsi la luce crescendo in obliquo ma che poi sono caduti nell'acqua perché' le radici non sono riuscite ad aggrapparsi alla riva o la stessa e' franata.

 

Di contrasto invece sembra che il mondo animale conviva relativamente pacificamente: bradipi che vivono indisturbati dormendo 20 ore al giorno, scimmiette che saltano da un ramo all'altro quasi e per giocare e pappagalli e tucani ci scrutano dall'alto. Non e' chiaramente cosi e la vita nella giungla e' spietata per tutti. Esiste un fungo le cui spore vengono disperse nell'aria per attaccarsi a vari insetti come grosse formiche e ragno. Le spore poi penetrano nel cervello dell'insetto e lo controllano, dandogli ordine di spostarsi fino a quando non trova le condizioni ideali (umidità, ombra) in cui morire. Il fungo può' cosi crescere sul cadavere dell'animale. A riprova, Neisar trova e ci mostra il cadavere, ormai mummificato, di una grossa formica da cui spunta un giovane fungo.

 

Neiser ci propone di prendere la canoa per andare a fare il bagno dal centro della laguna su cui si affaccia il lodge. Io e Piras accettiamo subito con  entusiasmo. Lucio e le ragazze sono perplessi. C'e' un caimano che staziona sotto il porticciolo del lodge. Com'e' che siamo sicuri che non ce ne siano nel centro della laguna? C'e' da fidarsi della guida? Lucio ci racconta che in un suo viaggio simile nell'Amazonia boliviana di qualche anno prima, una ragazza era stata morsa o punta da qualcosa in acqua e aveva avuto dolori per diversi giorni. I dubbi se buttarsi o meno si calmano quando vediamo che Neisar mette dei braccioli al figlio di 4 anni. Se butta su figlio in acqua la cosa e' senz'altro sicura. Ci tuffiamo in 4. Io, Piras, Lucio e Valentina. Il tuffo e' sotto uno stupendo tramonto equatoriale, un cielo le cui nubi sono dipinte da tocchi di pennello rosa e arancione. 

 

Il giorno dopo, in un escursione a piedi nella giungla, Neiser presta il suo coltello da rambo (lungo 40cm, peso quasi 1kg) al figlio di 4 anni per farlo giocare e distrarlo ... Mentre il bambino rotea felice la lama nell'aria, a noi viene il dubbio che avergli fatto fare il bagno la sera prima non fosse proprio questo segno di sicurezza che pensavamo. 

 

Dopo due ore di piroga visitiamo un villaggio locale. L'unico nella regione, 4 ore di navigazione da ogni altro centro abitato. Ci vivono 150 persone appartenenti alla tribù dei Siona. La loro economia si basa sull'agricoltura e sul turismo. Neisar ci spiega che una volta questa popolazioni erano approcciate dai bracconieri, che pagavano in dollari affinché gli indigeni gli procurassero animali e uccelli rari. Per prevenire questo la regione e' stata dichiarata parco naturale e i proventi del turismo vengono condivisi con la popolazione indigena, cosi incentivizzata a preservare la natura circostante. 

 

La mia aspettativa molto ingenua era di trovare indigeni semi-nudi coperti di fogliame. Invece le case sono in cemento, gli abitanti indossano abiti occidentali e c'e' addirittura una scuola con 10 computer. Dopo aver pranzato con tortilla di tapioca preparate da noi stessi (sotto la supervisione di una donna locale), incontriamo lo sciamano. Almeno questo e' coperto di piume come il turista medio (come noi) richiede. Lo sciamano e' una sorta di medico del villaggio e la sua capacita' e' il conoscere e saper usare gli estratti dalle varie piante e animali della giungla a fini terapeutici. Complementa questo con una sorta di spiritualità' e liturgia come ad esempio canti e meditazioni.

 

Piraz gli pone una domanda intelligente: "Come si pone lo sciamanismo di fronte alla religione cristiana?". La risposta e' altrettanto intelligente: lo sciamanismo non e' una religione, il conoscere e saper utilizzare la natura e' cultura, e' tradizione, e' conoscenza dell'ambiente circostante. Con l'ospedale più' vicino a ore di distanza, lo sciamano e' il primo soccorso. Non pretende di curare le persone con le preghiere, ma con quanto la farmacia della giungla ha da offrire. Quando si accorge che non può curare naturalmente, manda l'ammalato in ospedale. Anche le preghiere e i canti che accompagnano le cure naturali hanno una funzione precisa e non sono meta superstizione: servono a rilassare il paziente prima ad esempio, di partorire o curare una ferita. Neisar spiega con parole sua in maniera più' pragmatica: se ti fai male nella giungla e non puoi andare in ospedale, il prete di fa dire tre alleluja mentre lo sciamano prova a curarti. Terminiamo la visita al villaggio con una gara di cerbottana da 5 metri con lo sciamano: ai punti vinco su Piraz e lo sciamano mentre il Frac non riesce a centrare il bersaglio.

 

Nelle pause che passiamo al lodge, la vita procede molto rilassata. Il Frac continua a infuriarsi sempre di più quando scopre che Piraz, con uno zaino che e' la meta' del suo, e' riuscito a portare due paia di pantaloni lunghi da trekking mentre il Frac e' costretto a portare l'unico paio ormai sporco. Sere guarda con disgusto un turista americano che pesa sui 200kg abbondanti. A colazione di norma beve due Fanta mentre a noi poveri cristiani tocca solo acqua e un caffe pietoso. Parlandoci pero' si rivela una persona interessante: vive a Orlando ed e' un esperto di casino. Fa infatti la spola con Las Vegas. Ha la passione delle fotografie e degli uccelli. Ha una macchina fotografica che sembra un fucile e quando la usa fa partire una raffica di 10 foto. Poi si lamenta che le foto gli occupano troppi terabyte e che deve perdere ore a cancellare quelle venute meno bene. 

 

Ale non si sente bene e riceve dagli inservienti un infuso di origano e limone che dovrebbe aiutare con i dolori di stomaco. Una mattina decide di non uscire nella giungla e stare a leggere un libro in riva alla laguna. Durante la sera, la pace e' interrotta solamente da Vale e Sere che ogni tanto cacciano un urlo quando trovano una rana gigante nel water o uno scarafaggio che cammina sulla schiena.

Ci viene fatto ammirare con orgoglio che sotto la nostra palafitta c'e' il nido di una tarantola ben visibile se con un bastoncino la di va a disturbare per farla uscire. Dormiamo sonni tranquilli.

 

 

GALAPAGOS

 

Atterriamo sull'isola di Baltra alle 8.05 del mattino dopo un viaggio di quasi 24 ore tra piroga, bus vari e aereo.

 

L'aeroporto di Baltra e' unico al mondo. Tutti gli aeroporti del pianeta si distinguono tra vecchi / brutti (tipo quelli americani, vecchi, anni '70, con moquette oscena ovunque) oppure fashion ultramoderni (come Heathrow Terminal 5 o i recenti aeroporti di Dubai, Singapore ecc.). Tutti gli aeroporti, belli o brutti, hanno in comune l'impersonalità: sono dei non-luoghi, uguali e asettici che non hanno nulla a che fare col territorio che connettono. L'aeroporto di Baltra e' invece differente. La sua struttura e' incredibilmente aperta, i suoi muri non hanno vetrate e al suo interno circolano liberamente il vento e gli uccelli. L'aeroporto e' interamente eco-sostenibile e trae energia da pale eoliche e pannelli fotovoltaici.

 

Via bus e ferry ci trasferiamo verso Porto Ayora, la cittadina più' grande delle Galapagos che si trova nel Sud dell'isola di Santa Cruz. La sensazione, con le dovute proporzioni, e' quasi quella di essere arrivati a Jurassic Park: insieme ad alti turisti ammiriamo a bocca aperta enormi uccelli affiancare il bus mentre pellicani si lanciano da metri d'altezza in mare con gran rumore a pochi metri dal ferry. Lungo la strada, alcune iguane costringono l'autista a varie deviazioni dalla carreggiata. Nei prati, si possono vedere grossi ammassi scuri che altro non sono che tartarughe giganti.

La splendida iguana gialla delle Galapagos 

 

L'isola di Santa Cruz ha un clima unico. Le Galapagos si trovano alla fine della corrente fredda di Humboldt che arriva da sud e percorre le coste del Cile e del Peru. L'acqua fredda, riscaldata dal forte sole (siamo sull'equatore) crea un umidità che viene intrappolata nel lato sud dell'isola da un vulcano inattivo creando una sorta di nuvole perenni con piogerellina costante annessa. Nel lato nord invece splende molto di più il sole. 

 

A Porto Ayora visitiamo il centro di ricerca dedicato a Charles Darwin. Il famoso scienziato trascorse su queste isole circa 5 settimane dove raccolse numerose osservazioni che confluirono nella teoria dell'evoluzione che sviluppo' anni dopo. La parte visitabile non e' granché e sembra più che altro uno zoo. Sarebbe più interessante parlare coi vari ricercatori che si vedono in giro o visitare i loro laboratori ma non ne abbiamo occasione.

 

Spendiamo il resto della giornata nelle spiagge di Tortuga Bay, a in ora di cammino da Porto Ayora. Il tempo e' grigio e l'acqua freschetta ma il bagno e' comunque rigenerante. In acqua ogni tanto si viene sorpresi dagli schizzi di un pellicano che si getta a pochi metri di distanza alla ricerca di un pesce. Camminando bisogna stare attenti a non pestare le iguane nere che pigramente dormono nella spiaggia. Sotto la vegetazione, alcuni leoni marini si riposano incuranti degli umani. Rientriamo in albergo e con un po di stupore notiamo che siamo tutti più o meno scottati. 

 

Le Galapagos sono un arcipelago di isole. Il modo migliore per visitarle e’ quello di dormire in una barca in modo da spostarsi durante la notte da un isola all’altra. Tuttavia con poco tempo a disposizione decidiamo di fare base sull’isola di Santa Cruz e da li fare escursioni in barca nelle isole attorno. In questo modo possiamo solamente raggiungere le isole più vicine che sono comunque a 2/3 ore di navigazione con un mare non proprio calmo. La prima isola che visitiamo e’ Santa Fe. La raggiungiamo dopo 3 ore di mare grosso e pioggia. Non proprio le caratteristiche di una vacanza al mare. Quando la raggiungiamo io e Lucio siamo con evidenti segni di nausea e pronti a vomitare da un momento all’altro. 

 

Scendiamo a terra e ci imbattiamo subito in una colonia di leoni marini spiaggiati sul bagnasciuga. Possiamo avvicinarci fino quasi a toccarli.  L’adulto lo si distingue perché quando non e' in mare dorme e non spreca preziose energie correndo di qua mentre i cuccioli e i più giovani giocano e corrono tra la spiaggia e il mare nel loro tempo libero. 

 

Avvistiamo vari uccelli di grossa taglia e iguane arancioni. Nessun animale sembra minimamente turbato della nostra presenza. In acqua con lo snorkel il nostro stupore di nuotare vicino ad un piccolo leone marino e’ bilanciato dal timore che la mamma si infastidisca e ci attacchi. In realtà il mammifero se ne sbatte altamente della nostra presenza.

La seconda isola che visitiamo il giorno successivo e’ Seymour Nord. Questa volta splende il sole. Sott’acqua possiamo vedere svariate tipologie di pesci che si lasciano avvicinare. Ogni tanto, nuotando, vengo spaventato da un tonfo … e’ il classico pellicano che si tuffa in acqua per catturare dei pesci e non si preoccupa del diritto allo snorkeling di un umano. La quantità di uccelli e’ incredibile. Assistiamo alla scena di un grosso uccello che volando a pelo d’acqua riesce a catturare un pesce col becco. Mentre pero’ si innalza nell’aria viene attaccato da un suo compare. Segue una lotta furibonda nei cieli fino a che ad un certo punto il pesce scappa e cade verso il mare. Un centimetro prima che finisca in acqua viene pero’ riacciuffato al volo da uno dei due contendenti in planata. L’isola di Seymour e’ una colonia di uccelli. I più famosi e simpatici sono i cosiddetti blue-footed boopies che vivono solo alle Galapagos. I maschi hanno i piedi di colore celeste. Sull’isola e’ pieno di nidi con i cuccioli che ancora devono imparare a volare. Cuccioli grandi come i genitori ma riconoscibili in quanto invece che avere delle piume lisce, sembrano avvolti da batuffoli di lana. 

 

Poco vicino staziona alcuni esemplari degli uccelli di cui abbiamo visto il duello aereo. Per catturare l’attenzione del gentil sesso, i maschi rigonfiano d’aria una specie di sacca rossa che hanno sotto il collo che gli fa sembrare la testa simile a dei palloni. Poco a fianco, un’altra specie di uccelli. Questa volta si vediamo il cucciolo urlare ed ad un certo punto arrivare la mamma. Il cucciolo a questo punto infila il becco nella bocca del genitore per nutrirsi. Quando il pasto e’ finito la madre riparte e il cucciolo riprende a frignare. 

 

Secondo le regole, bisogna tenersi a due metri di distanza. Ma certe volte e’ impossibile perché sono gli animali stessi a venire incontro, non perché incuriositi ma perché semplicemente ti trovi nel mezzo del loro cammino. Per il turista medio come noi, l’aspetto unico delle Galapagos, non e’ nell’unicità delle specie che vi vivono; un naturalista potrebbe avere un orgasmo ma a noi di vedere specie di uccelli rarissimi non e' che ci scaldi i cuori più di tanto. Qualsiasi persona tuttavia non può non rimanere affascinato tuttavia dal poter assistere cosi da vicino alle attività quotidiane che affaccendano questi animali, che giocano, si procurano il cibo, lottano fra di loro, si accoppiano, accudiscono i piccoli come se l'umano che e' a 50 centimetri da loro non esistesse.

 

 

CUENCA

 

E’ ora di rientrare nel continente. In aeroporto salutiamo Lucio che ci abbandona. Proseguirà per Montanita, un paese sulla costa non lontano da Guayaquil dove incontrerà Gerardo. Gerardo, detto il lupo, e’ il vecchio coinquilino argentino di Lucio e amico di un tempo. Gerardo ha vissuto a Londra fino al 2014 prima di trasferirsi prima a Barcellona e poi a Miami dove risiede tuttora. A Montanita passeranno un paio di giorni a surfare per poi volare in Colombia, al matrimonio di un loro amico. Noi invece siamo colti da un piccolo inconveniente. Il nostro aeroporto di destinazione, Cuenca, e’ stato chiuso senza preavviso per un mese. Ci viene data la possibilità di volare a Guayaquil ma da li dobbiamo arrangiarci. Dopo aver lottato inutilmente con la compagnia aerea, ci rassegniamo e ci prepariamo a gestire l’imprevisto. Saremo dovuti atterrare a Cuenca nel primo pomeriggio, invece atterreremo a Guayaquil verso sera. Da qui, su internet, vediamo che partono dei bus ad ogni ora fino a mezzanotte. Durata del viaggio: quattro ore. Atterriamo a Guayaquil e ci dividiamo su due taxi che ci portano al terminal de bus. Individuiamo quasi subito la biglietteria. Compriamo i biglietti e ci dirigiamo sulla piattaforma. La popolazione e’ molto variegata e il comprendiamo perché su internet il bus viene definito lo “spostapoveri”. Mentre aspettiamo gli unici due turisti occidentali che ci sono si avvicinano quasi a cercare di nascondersi dietro di noi. Il resto dei viaggiatori sono tutti ecuadoregni. Ovviamente non ci filano nemmeno di striscio ma durante il tragitto rimaniamo comunque abbracciati, malfidenti, ai nostri bagagli e non chiudiamo occhio. Arriviamo al terminal de bus di Cuenca verso le due di notte e insieme al resto dei passeggeri assaliamo i pochi taxi disponibili. La coppia di turisti intimoriti non parla spagnolo e ci chiede se possono dividere il taxi con noi. Acconsento anche se Valentina mi fulmina con lo sguardo. Arriviamo al nostro albergo e ci buttiamo finalmente a dormire. Siamo partiti alla mattina dalle Galapagos. 

 

Cuenca e’ una città deliziosa. Di buon’ora iniziamo la visita di questa cittadina coloniale. Il centro e’ carinissimo partiamo dalla visita della cattedrale che con le sue cupole azzurre e’ l’icona della città’. Da li ci perdiamo tra vari mercati dislocati nelle piazze secondarie. Ogni piazza ha quanto meno una chiesa o un convento. E’ il rinascimento coloniale. Cuenca non sembra essersi ancora votata al turismo di massa e la maggior parte del centro storico e’ ancora vissuto da famiglie, artigiani, panetterie. La città ha un che di familiare. Sembra vivere la vita senza ansie e senza fretta. Non vi e’ il traffico di Quito. Ci perdiamo tra le vie del centro storico scoprendo il sapore del pane appena sfornato e ci stupiamo nel sentire la musica diffusa con degli altoparlanti nei giardinetti pubblici. 

 

Cuenca e’ il paese dei famosi cappelli di Panama, che come dice il nome sono un prodotto tipico dell’ ….. Ecuador. Conosciuto anche come jipijapa, e’ un tipo di cappello leggero, di colore chiaro e a tesa largo. Viene prodotto a mano con le fibre delle foglie della palma toquilla. Un particolare tipo di foglia particolarmente resistente che viene prodotta in Ecuador. Sebbene la paglia venga coltivata sulla costa, e’ Cuenca il principale centro di commercializzazione di questo cappello che porta il nome di Panama solamente perché questo venne utilizzato dagli operai che lavoravano alla costruzione del canale di Panama. Nel 1906, il presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, lo indosso durante l’inaugurazione del canale. La foto aumento la notorietà del cappello che venne da allora chiamato come “Panama”. Questi cappelli sono prodotti interamente a mano solo al tramonto e all’alba in modo che il sudore degli operai non rovini il colore e la qualità della paglia. I cappelli più costosi posso costare anche più di $2.000 mentre il prezzo dei prodotti più cheap e turistici può variare tra i $16 e $20 dollari. Inutile dire che facciamo scorta di souvenir. In uno dei mercati scopro anche che un maglione di alpaca costa $22 (prima delle negoziazioni), ben al di sotto dei $30 che avevo pagato per lo stesso identico maglione a Otavalo, in una bottega raccomandata da quel furbastro di Luis. 

 

 

 

LE ANDE

 

Lasciamo Cuenca di prima mattina. Questa volta abbiamo noleggiato un auto. Alla guida inizia Piras. Appena usciti dalla città iniziamo a salire in quota e a percorrere una vallata dietro l’altra. Dopo circa due ore facciamo la prima sosta alle rovine di Ingapirca. Un antico sito fondato dalla popolazione indigena dei Canari. Ho detto Canari, non Inca. Questi ultimi si espansero in Ecuador da quello che e’ l’attuale Peru molto più tardi, solo 100 anni prima dell’arrivo degli spagnoli. L’edificio rimasto meglio presentato e’ il tempio del Sole, a pianta circolare. Quando arrivarono gli Inca, tra l’altro pare quasi pacificamente tramite incroci di matrimoni, il tempio venne utilizzato come osservatorio astronomico e tutto il sito divento’ una fortezza. Quando arrivarono gli spagnoli il sito venne abbandonato e le pietre rimosse per costruire il vicino villaggio. Si può accedere al sito solo tramite visita guidata. Dura 40 minuti ma sembrano un’eternità a causa del vento gelido che sferza nella valle. Quando la guida finisce il suo tour corriamo con grande sollievo verso la macchina per ripararci dal freddo. Siamo ad un altitudine di 3,200 metri. Proseguiamo la nostra risalita della Ande da Sud a Nord e percorriamo per circa tre ore una strada con paesaggi di incredibile bellezza. Paesaggi cosi incantevoli che personalmente paragono solo a quelli altrettanto magnifici della regione dei laghi Buyoni e Mutanda in Uganda. La strada e’ relativamente stretta e si snoda non a fondo valle, ma in quota. Le montagne e le valli sono immense, hanno una proporzione che al confronto le Alpi sembrano una miniatura (esagero, per rendere l’idea).

 

La cosa incredibile e’ che le montagne sono molto dolci e quindi coltivate fino quasi alla cime. Siamo sull’Equatore, e questo e’ uno dei pochissimi posti al mondo, forse l’unico, dove e’ possibile coltivare a 4,000 metri. Lungo la strada sfioriamo anche un incidente con un … maiale. La strada e’ di fatto una statale, asfaltata, ma a curve e con solo due corsie, una per senso di marcia. Per qualche chilometro siamo preceduti da un camioncino da cui ogni tanto sbuca le testa di un maiale, che si affaccia cercando probabilmente di capire dove stia andando (al macello?). Proprio nel momento in cui Piras dice <pensa se quello salta fuori>, il porco effettivamente salta fuori dal camion e atterra sulla carreggiata. Piras si butta sulla corsia opposta per schivarlo senza dover inchiodare. Lasciamo il maiale disteso sulla strada per correre dietro al camioncino che non si e’ accorto di nulla. Dopo alcune centinaia di metri lo raggiungiamo e il conducente, un simpatico vecchietto dalla faccia rubiconda, sembra quasi divertito e corre indietro a piedi a vedere cosa e’ successo. 

 

Lasciato il maiale, raggiungiamo la cittadina di Alausi per pausa pranzo. Mangiamo per pochi soldi nella panetteria del paese mentre dalla stazione ferroviaria rientra il treno a vapore che e’ stato rimesso in funzione per i turisti. Sono tutti americani. Alausi e’ un paese coloratissimo, e i suoi colori rosso, arancione e rosa, si sposano alla perfezione con le varie tonalità’ di verde e giallo delle montagne e il blu del cielo. Oggi splende un sole fortissimo che amplifica i colori dei paesaggi. Il cielo e’ azzurro ma costellato da nuvole bianche. Le nuvole, il cielo blu. In Ecuador, le nuvole non sono lassù, in alto; in Ecuador le nuvole sono un soffitto basso, in cui spesso, quando la strada sale in quota, ci si scontra. Si penetra nelle nuvole cosi come si possono vedere dall’alto. Le nuvole, il cielo, sembrano più vicini in questa parte del mondo. Sara’ forse questo il motivo per cui le popolazioni pre-colombiane raggiunsero un’elevata cultura astronomica: forse perché per loro il cielo era un po’ più vicino e quindi più familiare, più facile da scrutare.  

 

Serena comincia a sbuffare per cambiare la guida ma Piras si sta divertendo troppo e non molla il volante. La Ale da’ una mano alla Sere elogiandone le lodi di guidatrice. Riusciamo con un meccanismo artigianale ad ascoltare la musica dall’iphone di Piras e la macchina si trasforma in un carpool karaoke. La playlist e’ rigorosamente Festivalbar 1995-97 per cui in serie cantiamo a squarciagola: Raf, 883, Corona, Scatman John, Ace of Base, No Doubt e cosi via. E’ evidente che per noi nati nei primi anni ’80, la musica degli anni ’90 e primi 2000 e’ quello che i Pink Floyd o i Rolling Stones sono stati per i nostri genitori. Gli anni ’90 sono stati anni strani, li ricordo, adolescente come pieni di speranza e prospettive economiche e sociali. La caduta del Muro, la creazione dell’Europa, la libertà che pensavamo avrebbe dato internet, il miglioramento delle possibilità’ di viaggiare e comunicare erano tutti aspetti che facevano sognare. Invece guardandoli a ritroso li vedo solo come un interregno di tregua in cui covava la crisi sociale in cui viviamo oggi. Con la caduta delle ideologie siamo rimasti con il miraggio che il benessere voglia dire felicita’. Per questo ci siamo focalizzati sul consumare individualmente, e abbiamo perso il valore della società, della comunità, della famiglia (almeno in senso allargato come una volta). Valori che sono ancora presenti nelle famiglie di Santa Barbara che ci hanno ospitato i primi giorni di questo viaggio. Probabilmente non per scelta, ma per tradizione. E non escludo che questi valori verranno abbandonati quando le figlie o i nipoti di Laura e delle altre donne che ci avranno ospitato, avranno la possibilità di studiare, emigrare a Quito e campare di un salario anziché dei terreni. Opporsi forse e’ inutile, ma per il futuro dovremo porci la domanda: che cosa ci fa felici? Le comodità, il benessere, le relazioni sociali, il nostro ruolo (o non ruolo) nella comunità, il lavoro o altro?

 

Preso da questi massimi pensieri mi addormento in auto. Quando mi risveglio siamo nella città di Riobamba. Mi sveglia una concitata discussione tra Piras e le donne sulla direzione da prendere. Ad ogni cambio di direzione, deciso dalle ragazze senza alcun criterio apparente, ci infiliamo sempre di più nel centro città. Provo ad azzardare che forse dovremo andare nella direzione opposta ma vengo zittito. Come faccio a sapere da che parte andare se mi sono appena svegliato e non ho visto i cartelli degli ultimi chilometri? Giusto, ma la direzione si intuisce dal sole, che nel pomeriggio sull’Equatore punta chiaramente a ovest. E poi infilarsi nel centro di una città che si vuole solo oltrepassare non e’ mai una buona idea. Propongo di chiedere a dei passanti e quello ci fa tornare indietro. Piccola rivincita a conferma della mia personale convinzione che pochi esseri viventi hanno un senso dell’orientamento migliore del mio. Purtroppo il buon Dio per darmi questo dono ha sicuramente tolto da altre qualità che avrei potuto avere. 

 

Superata Riobamba la strada verso nord diventa un’autostrada. Viaggiamo più veloci. Passiamo sotto le pendici del vulcano Chimborazo ma senza poter ammirare questo gigante di oltre 6,000 che oggi e' interamente avvolto dalle nuvole. Dopo una breve sosta al lato della strada per vedere la chiesa più antica dell’Ecuador (la chiesa di Balbanera, costruita nel 1534) proseguiamo verso nord. Il sole sta tramontando quando scorgiamo per la prima volta il Cotopaxi. Maestoso, con la cima innevata e illuminato dal sole dell’imbrunire. Purtroppo e’ ancora lunga. Noi veniamo da sud mentre la fattoria in cui andremo a dormire si trova alle pendici nord del vulcano. Usciti finalmente dall’autostrada, abbiamo ancora un pezzo incredibilmente lungo di strada sterrata nel buio più totale. Serena, finalmente alla guida, si gode la guida su sterrato in notturna e più dura, più sembra contenta. Non preoccupa la strada, ma la mancanza di certezza di essere sul tragitto giusto per la fattoria. Per fortuna nei principali bivi troviamo di norma un cartello che ci indica dove si trova la proprietà. Arriviamo verso le nove di sera, giusto prima che la cucina chiuda. Fuori fa freddino, siamo a oltre 3,600 metri e la temperatura e’ tra i 5 e 10 gradi. La fattoria e’ uno dei posti più accoglienti in cui abbia mai ospitato. Si chiama “El Porvenir” ed e’ una e vera propria hacienda appena fuori il parco naturale del Cotopaxi. Le camere sono rustiche, con triple coperte. La cucina e il menu sono tipici di montagna. La parte più bella e’ il salotto con il camino in cui si possono trascorrere le ore o con gli amici, o in compagnia di un buon libro. La sera assistiamo al dramma della spartizione dei letti tra la Ale e il Piras. Apparentemente, secondo una ricostruzione dei fatti che cerca di essere il più fattuale possibile, appena entrati in camera, Ale ha preso possesso del letto matrimoniale, lasciando i due singoli a Serena e Piras. Piras, chiaro difensore dell’uguaglianza dei sessi e  paladino del femminismo - a morte la galanteria, roba da maschilisti - fa notare che Ale non ha alcun privilegio per occupare il letto migliore e che l’assegnazione dei giacigli deve essere fatta secondo principi di equità: cioè a colpi di mora cinese in cui stravince. Letto matrimoniale al principe, letti singoli alle cortigiane. 

 

Il giorno successivo ci rimettiamo in macchina e andiamo alla scoperta del parco nazionale del Cotopaxi. La cima della montagna e’ oggi avvolta dalle nuvole. Dopo alcune soste minori, arriviamo fino al parcheggio più alto alle pendici della montagna. Inizia a nevicare con neve che scende praticamente orizzontale a causa del forte vento. Da parcheggio, un facile sentiero porta al rifugio, 400 metri più in alto. Da questo rifugio, durante la notte, partono gli scalatori che puntano ad arrivare in cima alla montagna per vedere l’alba. Serena decide di rimanere in auto mentre io, Vale, Ale e Piras iniziamo la salita. Sebbene facile, la salita ha una buona pendenza. Il forte vento gelido e la mancanza di ossigeno fanno il resto. Saliamo un passo alla volta. Piras fatica più di tutti ed e’ costretto a fermarsi più di una volta piegato sulla pancia e completamente boccheggiante. Ma non molla. Dopo circa un’ora arriviamo finalmente al rifugio: siamo a quota 4.894 metri. La più alta mai raggiunta da ognuno di noi. Respirare e’ difficile ma non solo. Più o meno tutti proviamo un senso di nausea. La visuale dal rifugio non e’ particolarmente interessante: siamo in mezzo alle nuvole e solo a sprazzi si riesce di vedere la valle. Nel rifugio ci riscaldiamo con un te caldo e dei pezzi di cioccolata purissima al 100% … immangiabile, troppo amara. Meglio se arricchita con burro e zuccheri industriali. 

 

Rientriamo alla fattoria. Finalmente dopo due settimane praticamente senza respiro, abbiamo delle ore di vero relax che passiamo davanti al caminetto. Avendo un numero limitato di giorni di ferie all’anno, i nostri viaggi sono dei concentrati di attività e spostamenti senza praticamente mai riposo. Abbiamo il terrore della noia e l’interesse di vedere quanto più possibile e sperimentare cosa ogni posto ha da offrire. In questo pero’ abbiamo quasi eliminato un po’ di sano ozio. Che non e’ l’ozio di passare una giornata al sole in spiaggia, ma l’ozio del viaggiatore, quei momenti spesi tra un tragitto e l’altro dove ci si ferma a pensare, e forse a scrivere o chiacchierare con qualche nuova conoscenza locale, in un caffe, in un ostello o in una stazione degli autobus. Nelle giuste dosi, l’ozio non e’ una cosa negativa: non e’ solo riposo fisico, ma può essere fonte di ispirazione e di creatività. Va veicolato. Ad esempio ozio e tempi morti ad inizio viaggio sono spesso deleteri, non aiutano a disconnettersi dalla vita lavorativa e possono annoiare quando si e’ alla ricerca di avventura. A fine vacanza invece l’ozio può aiutare  a far pensare e riflettere su quanto si e’ appreso nel viaggio. Passato il pomeriggio davanti al caminetto, decidiamo di fare un breve corso di cucina che la fattoria offre. Cuciniamo una sorta di empanadas che poi non sono troppo differenti dai nostri panzarotti. Con questi ci riempiamo la pancia per la cena e passiamo alcune ora in spensierata allegria. 

 

Il giorno successivo e’ l’ultimo del nostro viaggio in Ecuador. Ma il nostro volo e’ solo in tarda serata, per cui possiamo ancora godercelo. Infatti approfittiamo di una guida locale per fare una lunga camminata lungo le pendici del vulcano Ruminahui. Un piccolo vulcano (solo 4,700 metri) davanti al Cotopaxi. Purtroppo pensavo che la guida ci portasse in cima alla montagna, invece la camminata corre lungo le pendici ma senza partire per l’attacco finale alla caldera. Gli scenario sono pero’ mozzafiato e il pranzo al sacco al riparo sotto uno sperone roccioso e’ semplice ma “inspirational”. Rientrando dobbiamo fare una deviazione per tenerci a distanza da una mandria di tori che per circa venti minuti ci fissa immobile. Sono molto sospettosi con gli umani e vi e’ il rischio che potrebbero caricare. Quando i fattori devono organizzare una corrida, vengono a prenderne alcuni. Per cui i tori non sono per nulla tranquilli quando vedono degli umani. Sanno che potrebbero arrivare rogne. 

 

 

RIENTRO

 

Rientrati alla fattoria dopo pranzo, iniziamo a fare le valigie con molta calma. Poco prima del tramonto ripartiamo in direzione dell’aeroporto. La strada che porta dal Cotopaxi a Quito e’ estremamente scenica e si snoda lungo canaloni e valli popolate solo da poche aziende agricole. Solo dopo più di un’ora, raggiungiamo l’autostrada che porta all’aeroporto. Un autostrada nuova di stecca a diciotto corsie (esagero per dare l’idea dell’ampiezza) dove a volte sembra di essere in un circuito di formula uno. Arriviamo in aeroporto e parte la prima carica di biasteme nella restituzione dell’auto. Infatti quelli dell’AVIS non ce la fanno parcheggiare e ci dicono di restituirla ad un altro parcheggio li vicino. Ci danno pero’ istruzioni sbagliate e imbocchiamo un’autostrada la cui prima uscita e’ a 30 chilometri di distanza. Propongo a Serena di fare inversione a U sopra il marciapiede che separa le due corsie di marcia ma desistiamo quando Serena fa tradurre alcuni cartelli in spagnolo a Piras. Dicono che fare inversione non solo comporta una multa ma anche una giornata in galera. Evidentemente per scoraggiare una pratica comune. Rientrati dal tour autostradale becchiamo in aeroporto il fan club Ecuadoregno di Laura Pausini (circa 20 persone). La cantante tiene un concerto il giorno successivo nella capitale. Ci spacciamo per fan di Laura anche noi - la nazionalità italiana rende la cosa più credibile - per fraternizzare con i 20 fan e fare una foto insieme a loro. Solo Ale si rifiuta per ideologia. Salutati i fan, il resto del racconto e’ un viaggio di rientro come tanti, con scali a Dallas e in una città impronunciabile del North Carolina. Viaggio reso poco memorabile da una serie di sfighe quali depauperamento degli ultimi denari in aeroporto a Quito, rischio di quasi arresto alla dogana di Dallas per importazione di generi alimentari e volo low coast da Raleigh Durnham a Londra. Quasi che tutti gli imprevisti che normalmente avvengono in viaggio, si siano concentrati sul viaggio di ritorno. Meglio cosi.

 

Lasciamo l’Ecuador con la memoria di un paese piccolo, ma estremamente variegato e diverso. Un paese baciato dal sole ma sferzato dal vento. Un paese in cui ci si sente un po’ più vicino al cielo e alle nuvole. Un paese in cui ci si stupisce nello scoprire le incredibili mutazioni della natura ma ci si commuove nel respirare il ritmo della vita delle popolazioni andine. Un paese che sa di Sud America ma mantiene un aspetto più elevato ed ispirato anche se forse meno allegro della vita latina sudamericana. Forse perché le montagne, il sangue indio ancora rimangono molto presenti. Un paese decisamente pieno di colori. 

 

 

INFO PRATICHE

 

Itinerario (esclusi viaggi aerei)

Durata in loco: 17 giorni (+2 di viaggio)

Giorno 1: Visita Quito

Giorni 2 - 4: visita mercato di Otavalo e giorni con le famiglie a Santa Barbara

Giorno 5: rientro a Quito in mattinata e ulteriore visita alla città

Giorni 6 - 8: Amazzonia

Giorno 9: viaggio di rientro a Quito

Giorni 10 - 12: Galapagos

Giorno 13: spostamenti (2 aerei + 1 "spostapoveri") fino a Cuenca

Giorno 14: visita di Cuenca

Giorno 15: risalita delle Ande in macchina

Giorni 16 - 17: camminate nel Parco Nazionale del Cotopaxi

 

Temperature

Quito: 15 - 22C

Otavalo: 15 - 25C

Amazzonia: 30C

Galapagos: 18 - 25C

Cuenca: 25 - 25C

Cotopaxi: 5 - 15C

 

 

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